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Associazione “A MÀINA” di Carloforte
(A cumpagnia di tabarchin)
I LIGURI DI TABARCA SULL'ISOLA DI SAN PIETRO
Breve storia della comunità di Carloforte
A cura di Rosa Cambiaggio
"Carloforte un villaggio fortificato, in riva al mare, pulito, ben costruito,
che ricorda le graziose città della riviera genovese" con queste parole il Valery, funzionario alla Corte del Re Luigi Filippo e Bibliotecario
al palazzo di Versailles, nel suo " Viaggio in Sardegna " del 1835, descrive Carloforte cogliendo con occhio attento la peculiarità che immediatamente
colpisce qualsiasi visitatore: l'aspetto e l'architettura del paese che molto si differenziano dai paesi della madre isola.
Sta proprio in questa caratteristica la chiave di lettura e di comprensione della storia, della cultura, delle tradizioni e dl dialetto di Carloforte;
un filo invisibile che ha unito e ancora unisce i suoi abitanti alla terra di Liguria da cui partirono nel lontano 1541 alla volta dell'isola di
Tabarca , cono roccioso prospiciente la costa tunisina nei pressi del confine algerino.
I Lomellini, ricchissima famiglia di Pegli, ne avevano ottenuto la concessione per esercitarvi il diritto sulla pesca del corallo dall'Imperatore Carlo
V.
La piccola isola venne così popolata da contadini e marinai che lasciarono le loro case del Fossato, di Multedo, della Val Varenna e di altri piccoli
centri della riviera ligure .
Qui la nuova comunità, cui si aggiunsero nel corso degli anni: siciliani, toscani, greci, corsi, attirati dalle prospere attività commerciali, visse
senza grossi sussulti per circa 200 anni se si eccettua l'avvenimento del 1633. In quell'occasione la Francia, che già precedentemente aveva mostrato
il suo interesse verso Tabarca, inviò un corpo di spedizione comandato da Sanson Napollon (governatore del Bastion De France a Capo Negro), con
l'incarico di occupare l'isola. Il tentativo fallì, ma non per questo la Francia desistette dal suo progetto, attaccando in seguito l'isola sul piano
economico e commerciale.
Ai primi del 1700 la colonia di Tabarca cominciò a dare segni di crisi e malessere, non solo per l'ingerenza francese ma anche per il graduale
impoverimento dei banchi di corallo, per l'aumento della popolazione, la richiesta sempre più esosa dei Bey di Tunisi e di Algeri dei diritti loro
dovuti e il diminuito interesse dei Lomellini che sentivano in maniera evidente la già avviata e inarrestabile crisi della Repubblica di Genova. (1)
Una parte dei tabarchini aveva infatti spontaneamente cominciato intorno al 1730 una lenta migrazione verso Genova, Tunisi e le coste africane
limitrofe.
Si fece allora più pressante l'idea di cercare altre terre più sicure e prospere. L'occasione si presentò quando il Re Carlo Emanuele III, attuò la
politica di ripopolamento di alcune zone della Sardegna, In particolare della zona costiera.
L'intento del Sovrano era quello di creare dei centri fortificati che allontanassero dall'isola i pirati che avevano trasformato alcuni approdi sardi
in loro covi. San Pietro era una delle terre da popolare. L'isola esplorata per due giorni da Agostino Tagliafico, delegato dei tabarchini, sembrò
rispondere alle aspettative: estesa, ricca di vegetazione con una buona quantità d'acqua, buoni terreni da coltivare, un luogo adatto per formare una
bella salina e una rada sicura dove attivare un porto.
Il Tagliafico trovò anche tracce di strade e precedenti costruzioni , tra questi i ruderi di un'antica Chiesetta.
In realtà l'isola di San Pietro era nota sin dall'antichità; i greci la denominarono Hierakon, I romani Acciptrum Insula. Prima ancora fu approdo,
senza dubbio, degli interpidi navigatori fenicio-punici, che dopo essersi stanziati nella vicina Sulci (Sant'Antioco) sfruttarono le acque di San
Pietro praticando la pesca del tonno e la raccolta del sale. La presenza di traffici punico-cartaginesi è attestata dal ritrovamento, nei pressi
dell'attuale Torre Astronomica, di un altare dedicato al Dio Baal Shamaim e il ritrovamento di anfore di vario tipo alcune ripiene di monete di bronzo
"che avevano sul diritto la testa femminile e sul rovescio un cavallo o una palma o entrambi e un carattere dell'alfabeto punico posto tra le zampe
del cavallo" (da Relazione sull'isola di Sardegna di William Henry Smyth).
Queste attività e la buona posizione per attracco e riposo durante i lunghi viaggi, trasformarono l'isola in un punto di sosta quasi obbligato, per chi
correva le rotte occidentali del Mediterraneo. Lo dimostrano i pozzi e altre vestigia ritrovati nella zona detta "Fontane". Col declino della potenza
punica (II sec. A.C.), la Sardegna diventerà dominio romano. I romani continueranno a sfruttare il mare di San Pietro e le saline, lasciando
testimonianze del loro insediamento in alcune tombe trovate in varie parti dell'isola. Di particolare interesse i resti di una stazione militare
trovati in località Spalmatore che esaminati e studiati dal prof. Francesco Crespi, inviato a Carloforte alla fine del 1800, portarono alla luce tombe,
vasi, collane e una certa quantità di monete relative al tempo degli Antonini.
Con la caduta dell'impero romano, San Pietro dovette cadere nella quasi completa dimenticanza, come del resto la maggior parte delle zone costiere,
troppo esposte alle incursione nemiche e ben poco difendibili.
Unica traccia di quel periodo di abbandono le rovine della Chiesetta dei Novelli Innocenti, eretta dal Papa Gregorio IX per accogliervi le spoglie dei
fanciulli, periti in un naufragio e ritrovate sulle coste dell'isola quando durante il XIII secolo si verificò quel fenomeno di fanatismo religioso che
spinse molti credenti verso la Terra Santa. La piccola Chiesa chiamata impropriamente di "San Pietro" fu rinnovata e ampliata dalla famiglia Porcile
nel 1796, e aperta al culto il mese di Novembre dello stesso anno. Oltre alle spoglie degli Innocenti vi riposano i resti mortali dell'Ammiraglio
Vittorio Porcile e della sua famiglia.
Ai primi del XVI secolo quando Rodi cadde in mano ai turchi, i Cavalieri di Rodi chiesero al Re di Spagna l'isola di San Pietro, ma ricevettero un
netto rifiuto. Soltanto nel 1738 l'isola fu ripopolata definitivamente grazie al volere del Re Carlo Emanuele III, salito al trono nel 1730, ed
all'opera intelligente del Vicerè di Sardegna: Marchese di Rivarolo che favorì il sorgere di nuovi insediamenti.
Il primo grosso contingente di tabarchini giunse a Cagliari il 22 Febbraio del 1738 e restò in quarantena nella stessa città. Ma già dal Gennaio
dello stesso anno, gruppi di tabarchini erano all'opera nell'isola intenti a disboscare e a costruire le prime fortificazioni della nuova colonia.
Il Marchese della Guardia, Don Bernardino Genoves Cervellon; Conte di Cuglieri e Scano, uno dei più ricchi feudatari del Regno, si accollò le spese per
l'insediamento della colonia, ottenendo in cambio il titolo di Duca di San Pietro.
In breve tempo, i coloni, sotto l'intelligente guida dell'ingegnere Regio, Augusto de La Vallée, scelto il luogo più sicuro, trasformatisi in muratori,
fabbri, falegnami gettarono le fondamenta del primo nucleo del centro abitato.
Castello, Chiesa, mura del terrapieno, bastioni, case in legno come prime abitazioni, sorsero sulla collinetta a nord-ovest in vista di quel mare che
sarebbe diventato fonte di vita e di ricchezza. Nacque Carloforte ed i carolini, che amano chiamarsi tabarchini e tabarchino è il loro dialetto, a poco
a poco esplorarono l'isola, divisero a sorteggio i terreni suscettibili di sfruttamento agrario, da esperti liguri terrazzarono i terreni in pendio,
si trasformarono in contadini e naviganti dediti al commercio con i più vicini porti del Mediterraneo, ripresero la pesca del corallo, divennero abili
tonnarotti, attivarono le saline per fornire il sale alle pescose tonnare del mare di San Pietro.
Questa alacre attività venne turbata nel 1741 da una triste notizia. Tabarca fu occupata dal Bey di Tunisi, Alì Bassà, non appena ebbe sentore di una
trattativa segreta tra i Lomellini e i francesi di Mascares (l'odierna La Calle) a cui intendevano cedere l'isola.
Tre anni dopo la partenza del primo nucleo di tabarchini alla volta della Sardegna, Tabarca fu quindi occupata definitivamente, smantellata la fortezza
e fatti prigionieri gli abitanti.
L'isola che per due secoli era stata genovese, mantenendo intatte le abitudini, la religione cristiana e il dialetto, ritornò ad essere mussulmana.
840 abitanti furono fatti schiavi e portati a Tunisi, 120 di essi più fortunati, furono liberati nel 1751, grazie all'intervento del Re di Sardegna, in
onore del quale i carlofortini erigeranno il 23 Luglio del 1786 la Statua marmorea sulla piazza principale del paese, e all'infaticabile opera del
Conte Giovanni Porcile, comandante della marina sarda.
I tabarchini liberati ripararono a Carloforte gli altri, trasferiti nel 1756 ad Algeri, dovettero attendere 27 anni prima di ottenere la liberazione.
Furono infatti riscattati nel 1769 dal Re di Spagna Carlo III che concesse loro L'isola Plana presso la costa di Alicante ribattezzata dai tabarchini
redenti Nueva Tabarca.(2)
Nel 1744 l'isola di San Pietro divenne oggetto di un nuovo tentativo di colonizzazione. Un gruppo di coloni provenienti dalla Toscana e dalla Savoia,
sotto la guida di Antonio Martin, Marsigliese, tenterà la formazione di una nuova colonia "Villa Vittoria" nella parte settentrionale dell'isola, ma
l'esperimento per vari motivi fallì e solo due delle 18 famiglie rimasero sull'isola e si integrarono con la comunità carolina.
Nel frattempo un gruppo di tabarchini liberi che scampati alla razzia di Tabarca del 1741 si trovavano a Tunisi in condizioni di disagio morale ed
economico, gli eventi bellicosi che si profilavano tra la Francia e il Bey di Tunisi li spronarono a un'accorata supplica verso il Re "domanda della
nazione tabarchina per abitare l'isola di Sant'Antioco del 23 Gennaio 1769" la supplica inviata dal Padre Santi, cappellano dei tabarchini fu accolta
favorevolmente dal Re. Si formularono cosi tra il Capitano Guardiacoste Giovanni Porcile, L'Ordine Militare-religioso di San Maurizio e Lazzaro e il
Reggente la cancelleria del Regno i Capitoli di infeudazione, definitivamente firmati il 6 settembre 1770. I tabarchini, circa 38 famiglie, dopo un
viaggio lungo e travagliato, giunsero a Cagliari il 21 Giugno 1770 ma a causa di un'epidemia presente sulle coste tunisine, i coloni furono dirottati
verso Marsiglia, per scontare il periodo di quarantena necessaria. Finalmente dopo varie e drammatiche peripezie poterono giungere sulla costa
dell'isola di Sant'Antioco ai primi di settembre a bordo del battello Ancilla Domini lo stesso sul quale erano partiti da Tunisi dando così inizio
alla fondazione di Calasetta.
Nel 1793 la Francia, in guerra col Regno Sabaudo, tenterà di occupare i punti nevralgici della Sardegna e parte della flotta francese si diresse verso
il golfo di Palmas con l'intenzione di occupare le isole sulcitane.
Carloforte caduta in mano francese, nel gennaio dello stesso anno, fu ribattezzata "Isola della libertà" In quell'occasione, la statua del Re, perse il
braccio, forse nel tentativo di nasconderla o forse perché "diroccata" dai soldati francesi per sostituirla con l'albero della libertà. La statua non
bella da un punto di vista artistico attira comunque l'attenzione del visitatore, che leggendo le epigrafi viene a conoscenza della storia locale.
Ancora il Valery così descrive l'opera dello scultore genovese Bernardo Mantero: "E' più suggestiva di tante pompose statue di Re e Imperatori, coi
soliti schiavi incatenati, poiché ricorda l'atto generoso di un buon principe".
Durante l'esperienza repubblicana soggiornò nell'isola il rivoluzionario Filippo Buonarroti che dettò alla popolazione il Codice della Natura ispirato
alle nuove idee rivoluzionarie.
Ma se l'occupazione militare francese fu poco traumatica e di breve durata, non altrettanto si può dire dell'invasione barbaresca verificatasi nella
notte tra il 2 e il 3 settembre del 1798.
Fu questo senza dubbio l'episodio più triste e drammatico nella storia di Carloforte che conobbe saccheggio, violenza, distruzione, schiavitù. Circa
900 carlofortini: più della metà donne e circa 150 ragazzi vennero fatti schiavi e deportati a Tunisi e li rimasero cinque lunghi anni in attesa che i
Savoia e altri sovrani europei, primo fra questi Napoleone, intervenissero in loro favore e li riscattassero.(3)
Gli anni della schiavitù furono in parte alleviati dalla fede e dalla venerazione che gli schiavi mostrarono per l'immagine lignea, trovata
miracolosamente, dallo schiavo Nicola Moretto, il 15 novembre del 1800, lungo la spiaggia di Nabeul in Tunisia. Il simulacro della Madonna dello
Schiavo, fu portato a Carloforte dagli schiavi liberati e in suo onore, grazie all'interessamento del rev. Don Nicolò Segni, che rimase schiavo
volontario con i propri fedeli, fu eretto un piccolo oratorio luogo di preghiera e venerazione che i carlofortini amano chiamare "A Gexetta du
Previn".
L'episodio drammatico dell'incursione non fu una sorpresa, i carlofortini, già da tempo richiedevano migliori difese, temendo per la loro incolumità
ma solo dopo questo episodio, il Re Vittorio Emanuele I, approvò e sollecitò la costruzione di una Cinta muraria che racchiudesse tutto l'abitato,
ormai estesosi in prossimità del mare al di fuori delle ristrette mura della prima cittadella.
"La Cinta" costruita tra il 1806 e il 1810, partendo dalla riva del mare, difendeva l'abitato sui lati nord, ovest, sud, e proseguiva lungo la marina
sino all'altezza della statua dove era stata posizionata una batteria radente di cannoni per difendere l'entrata del porto.
Circa due chilometri di mura, larghe alla base un metro, alte quasi quattro, intercalata da sei fortini: Maria Teresa, Santa Teresa, Beatrice, Santa
Cristina, Emanuele, San Carlo, l'accesso all'interno dell'abitato era assicurato dalle porte: San Carlo in prossimità del fortino omonimo, Porta San
Pietro (poi Cassebba), Porta Leone la cui volta, dalla parte occidentale, è adornata della testa di un leone, Porta della Sanità sul lato nord in
prossimità del forte M. Teresa detto anche della Sanità.
Parte della cinta muraria e dei fortini furono demoliti o venduti nei primi anni del 1900. Restano attualmente visibili i fortini Santa Teresa e Santa
Cristina ed un tratto delle mura sulla parte nord-occidentale dell'abitato con la sola Porta Leone sul lato ovest.
Finite queste peripezie il 1800 aprì per Carloforte un'epoca di prosperità e benessere economico.
Il paese andò estendendosi sempre più lungo la marina, assumendo l'aspetto attuale di una civettuola cittadina della riviera ligure con le sue
piazzette, punto d'incontro per tutte le età, e i caratteristici carruggi dei quartieri più antichi.
I suoi abitanti, provetti marinai affrontarono con le loro imbarcazioni per lo più costruite nei cantieri locali da abili maestri d'ascia, le insidie
del mare, iniziando redditizie attività commerciali con il continente, la Corsica, la Spagna, Malta e il nord Africa.
Ma un fatto determinò l'esplosione dell'attività portuale e il benessere di Carloforte. A partire dalla seconda metà dell'ottocento, in Europa cresceva
la necessità di approvvigionamenti di materie prime, per quelle nazioni in corsa al processo di industrializzazione.
Le industrie estrattive del Sulcis erano in pieno sviluppo. Mancando strade e mezzi per il trasporto via terra, le società minerarie Pertusola,
Malfidano, Vieille Montaigne, Gennamari-Ingurtosu che avevano in concessione le miniere della costa occidentale sarda, trovarono più economico il
trasporto via mare e il provvisorio stoccaqggio a Carloforte.
Fu questo il periodo d'oro per Carloforte che andò sempre più abbellendosi ma fu anche momento di forti e laceranti contrasti sociali, che sfociarono
sul finire del secolo in scioperi, proteste e processi, ma che dette anche l'avvio alla formazione di società per la tutela dei lavoratori come le
"Leghe dei battellieri", L'Associazione generale degli Operai" cooperative e "Società di Mutuo Soccorso", Società di previdenza per i battellieri.(4)
Il fermento politico ed economico di quegli anni lasciò al paese l'eredità di due storici edifici, costruiti nei primi decenni del 1900; La Casa Del
Proletariato (sede del teatro Cavallera) e l'edificio della Società di Mutuo Soccorso (attuale Cinema Mutua).
Ma tutti questi avvenimenti in nulla avevano variato le abitudini, gli usi della popolazione che allontanatasi dalla Liguria e trasferitasi in Africa
si era ritrovata in un mondo completamente diverso, che avrebbe potuto facilmente fagocitare l'identità culturale della piccola comunità.
Ma così non fu, i tabarchini, caparbiamente si attaccarono ancor più alle loro abitudini: l'amore per il mare, per il commercio e lo spirito di
avventura. Ma fu il dialetto, fiamma che tenne accesa la genovesità di questi coloni, che nonostante continui e strettissimi rapporti con il mondo
arabo e mussulmano continuarono a sentirsi sempre cristiani e tabarchini.
E quando allontanatisi da Tabarca, parte di essi si trasferirono in Sardegna tennero con orgoglio la loro lingua simbolo e traccia indelebile della
loro origine.
A Carloforte dopo oltre 250 anni dalla partenza da Tabarca si parla diffusamente il Tabarchino, una parlata che ha il sapore del genovese antico.
Il fortino Santa Teresa uno dei fortini che situati sul muro di cinta, costruito tra il 1806 e il 1810, dovevano difendere l'abitato dalle incursioni barbaresche. Quando nel 1857 Carloforte perse il titolo di piazzaforte le fortificazioni, dal ministero della difesa, passarono al demanio.
Note: (1) La vita sociale, economica e militare di Tabarca era retta da un Governatore nominato dai
Lomellini e approvato dall'ambasciatore spagnolo a Genova a nome del suo Re.
Erano i Governatori cercati tra il patriziato e la nobiltà minore di Genova persone specializzate nelle funzioni di comandanti di fortezze o di galee,
alcuni di essi nacquero addirittura sull'isola.
L'ultimo Governatore di Tabarca fu Giovanni Leone che verrà riscattato assieme ai tabarchini liberati da Carlo III e assieme all'ultimo parroco di
Tabarca, Giovan Battista Riverola, guiderà i primi passi della colonia di Nueva Tabarca.
(2) "Registro esatto dei tabarchini di ambo i sessi i quali sotto gli ordini di Sua Maestà Carlo III furono riscattati in Algeria e
portati in questa città di Cartagena il 19 mrzo 1769", da qui, il 19 Maggio passarono ad Alicante dove alloggiarono nell'antico Collegio della
Compagnia di Gesù. Nell'Aprile del 1770 passarono ad occupare l'isola di San Pablo a tre miglia dalla costa di Alicante dove fondarono Nueva Tabarca.
Erano stati liberati 311 tabarchini di cui 269 appartenenti a 68 famiglie e 32 giovani soli.
(3) I carolini ottennero la libertà nel 1803, un primo gruppo di 486 giunse a Cagliari tra il 4 e il 6 Giugno cui seguì il 4 Luglio un gruppo di 269 persone. 11 carolini erano stati venduti ad Algeri, 23 erano stati liberati dall'Amm. Lessigne, 6 si fecero mussulmani, varie donne rimasero libere a Tunisi tra cui Francesca Rosso che diventerà moglie del Bey Sidi Mustafà che le impose il nome arabo Jenet Lela Béia, dall'unione nacque un figlio che sarebbe diventato Sidi Hamed Bey "Il Sardo". Considerati i 100 carolini fatti liberare dal Console Francese Devoize per ordine di Napoleone, si può desumere che gli schiavi presi nell'incursione del 3 Settembre fossero circa 950.
4) Fu un giovane medico piemontese (Giuseppe Cavallera) che sbarcato a Carloforte nel 1897 si adopererà per la promozione sociale e il miglioramento delle condizioni di lavoro dei galanzieri e battellieri di Carloforte. Arrestato per gli scioperi avvenuti tra il 1897 e il 1899 venne condannato a sette mesi di reclusione per incitamento all'odio di classe. Nel 1906 venne eletto Sindaco di Carloforte e nel 1913 alla Camera dei Deputati. Muore a Roma il 15 Agosto 1952. I suoi resti mortali riposano nel cimitero di Carloforte.
Note Bibliografiche
Carlo Bitossi, il governo dei Magnifici. Patriziato e politica a Genova fra cinquecento e seicento, Edizioni ECIG, Genova 1990.
Achille Riggio, Cronaca tabarchina dal i756 ai primordi dell'ottocento, in "Revue Tnisienne,1937.
Francesco Podestà, L'isola di Tabarca e le pescherie di corallo nel mare circostante, in ASLSP, XIII;1884.
Aste-Cambiaggio, Carloforte, la città e la storia Ed. Della Torre, Cagliari 1988.
Giuseppe Vallebona, Carloforte storia di una colonizzazione Ed. Della Torre, Cagliari 1974.
Valery, Viaggio in Sardegna, Ed. Della Torre, Cagliari 1995.
Martinez Vicente Morella, matricula de los tabarquinos rescatados de Argel en 1769, Alicante 1970.
Vivares y Pastor Rafael, Cronica de la muy y siempre ilustre fiel ciudad de Alicante, Alicante 1876.
Arturo Lenti, i pescatori di Tabarca e di Nuova Tabarca, pubblicato in Spagna nel 2001/2002 ?