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Associazione “A MÀINA” di Carloforte

(A cumpagnia di tabarchin)

 

Le dieci bellezze di Carloforte

di Giovanni Ansaldo

 

Il porto di Carloforte alla fine degli anni '50

Il porto di Carloforte alla fine degli anni '50

 

VENTIMILANNI TRA TERRA E MARE

I liguri sulle rotte del mondo

 

Genova 2006

 

La prima bellezza di Carloforte sono gli echi della sua parlata, che vi arrivano all'orecchio a Cagliari stessa, nella stazione degli autobus, la mattina prestissimo, prima ancora che parta la prima corsa per PortoVesme, dove si prende il vaporetto che fa la traversata per l'isoletta di San Pietro.
E' allora che tra le voci e i motti in lingua sarda dei passeggeri in attesa, siete colpiti da "qualcosa" che è la cadenza e l'accento del dialetto che si parla nei vicoli di Genova, e nelle stradette della gemina Riviera; e voi vi voltate e guardate coloro che parlano così, e trovate in loro, indefinibile ma palese, un'aria di famiglia della gente di là dal mare, tra La Spezia e Ventimiglia.
Di più: se ne studiate i visi, non tardate a vedere che questi hanno una somiglianza tremenda coi visi severi e lunghi dei "Magnifici" che nella gran sala delle compere, in palazzo San Giorgio, a Genova, stanno là ritti nelle loro nicchie, e presentano la lista delle loro donazioni perpetue, con la stessa amenità con cui vi presenterebbero il conto dei loro crediti.
La seconda bellezza di Carloforte, si palesa quando avete preso a PortoVesme il battello che effettua il traghetto; e voi ascoltando i discorsi dei passeggeri ormai tutti carlofortini vi accorgerete che essi non solo usano il dialetto genovese più integro e venerabile di quello che oggi corre per Portoria e per Soziglia; e cogliete nella loro parlata forme arcaiche e parole pronunciate con la stessa intonazione con cui le avete udite nei giorni della vostra fanciullezza, dalle vecchie donne, che già, fin d'allora godevano nome di parlare all'antica; e udite suonare sulle labbra di scaricatori e pescatori il genovese classico, quello du "Citara zeneise" del vecchio De Franchi, quello del "Consiglietto", soltanto un po più strascicato e lento di come lo dovevano parlare gli antichi, e qua e la un pò corroso appena dalle lunghe frequentazioni barbaresche, sarde, ma nel complesso straordinariamente conservato, a meraviglia e istruzione di tutti i glottologi del mondo. E restate commossi, come noi siamo rimasti, quando si arriva di tra le grida burlesche di un gruppo di carlofortini, che lavorano nelle miniere di Iglesias e tornano nella piccola isola per passarvi la domenica a casa, l'epiteto di "bonaegia", parola dialettale del seicento, che indicava i cosi detti "buonavoglia", cioè i volontari del remo nelle galee; e quindi, per traslato, tutti gli svogliati, gli scapestrati, i pelandroni.
La terza bellezza di Carloforte è la traversata tra l'isola grande, la Sardegna dei nuraghes, e l'isola piccola, detta di San Pietro su cui sorge Carloforte si annida con le sue casettine nitide e lucenti nel primo sole; sul braccio di mare che pare chiuso a mezzogiorno dall'altra isola di Sant'Antioco, e la mattina si rischiara e si imbianca, e la sera si inazzurra e si incupisce. E la in fondo l'isoletta, che man mano che il vaporetto le si avvicina appare per tutti i suoi pendii rassomigliante a un presepio. Al presepio che i Cappuccini fanno in certe chiese di Genova e della Riviera.
I grandi massi trachitici tabulari che ne costituiscono la massa hanno l'aria di essere fratelli di quei fabbricati con la carta dipinta a picchettature di colori vari, che serve per fare i monti del presepio.
Le macchie di olivastri e di lentischi, che si vedono coprire la parte più alta dell'isoletta, fanno sentire la parentela loro con le rame di ginepro e di pungitopo e di corbezzolo che un tempo i lattai di Bavaro e di Apparizione portavano giù dai monti, le mattine prima di Natale, nelle case dei propri clienti, a Genova, per mettere il verde nel presepio, che altrimenti sarebbe rimasto troppo nudo.
E le casette sparse su tutti i pendii dell'isoletta sembrano da lontano non costruite là, ma collocate là, in cartone da qualche "presepista" estroso e ricercatore dell'effetto pittoresco. Finchè poi il vaporetto si avvicina e accosta: allora il presepe si anima e davanti a voi si apre un porticciolo di riviera, con la gente sulla calata, e un piccolo autobus che aspetta i passeggeri, e tutto un indaffaramento che non ha niente della calma pastorale sarda; e voi sbarcando, vedete per prima cosa una lapide murata sull'edificio della dogana, o qualcosa di simile, dai marittimi di Carloforte, in onore di Capitan Giulietti; il quale non era per nulla un personaggio da presepe.
La quarta bellezza di Carloforte è la statua di Carlo Emanuele III di Savoia, Re di Sardegna, che si para dinanzi a chi scende sull'isola, e che è il monumento che meglio riassume la storia e gli umori della popolazione. Perché Carlo Emanuele fu il sovrano che nel 1737, accolse i primi coloni genovesi, costretti a lasciare l'isola di Tabarca, sulle coste della Barberia, dove si erano impiantati sin dal principio del Seicento, per attendervi alla grande pesca del tonno; e diede loro il permesso di stabilirsi nell'isola di San Pietro, sino allora deserta o popolata solo in quel modo che l'aveva fatta chiamare in anticipo "Acciptrum insula", isola degli sparvieri, e li aiutò a riprendere la loro industria delle tonnare, nelle vicine località dell'isola Piana e di Portoscuso.
E i profughi di Tabarca ebbero a loro tempo ben ragione di elevargli questa statua e di dedicarla solennemente a Lui, "Pio felici Augusto-patri coloniae tabarkinae" tanto più che sul finire del Settecento, quando l'isola subì l'ultima razzia barbaresca in grande stile che sia stata compiuta nel Mediterraneo, i discendenti di Lui, forse vergognosi di essersi fatti razziare quei sudditi operosi sotto il naso, li ricomprarono in contante in Barberia, perché potessero tornare alla loro Carloforte, ma la statua di Carlo Emanuele è anche mutilata di una mano: e fu conciata così dai carlofortini, diventati rivoluzionari quando il vento di tramontana portò gli echi della rivoluzione francese. Ed ora è là, testimone insieme della devozione dinastica e della ribellione libertaria, testimone soprattutto della volontà dei carlofortini di farsi i fatti loro da soli, e in libertà.
La quinta bellezza di Carloforte sono le sue strade. Quella lungo la marina, su cui si allineano le agenzie delle banche e delle società di navigazione, gli alberghetti e persino un Viceconsolato; segno che la gente, nel vasto mondo, sa che qui si lavora e si guadagna. E quelle trasversali alla marina, e più antiche, che si ricordano dei bei tempi in cui il borgo era tutto murato e serrato intorno al piccolo santuario di San Pietro per difendersi quanto più potevano dai ladroni del mare; tutte fiancheggiate di case pulitissime, costruite come si costruiva duecento anni fa a Pegli o ad Arenzano.
E quelle che mettono capo alla piazza dove sono piantate ai quattro angoli, quattro splendide magnolie; o meglio, tre antiche e splendide e una giovinetta che si sforza di crescere per fare la stessa parte che faceva la sua preceditrice; con attorno ad ognuna delle magnolie un amplissimo sedile circolare, del tempo di Re Umberto I, e seduti sui sedili "i marittimi" pensionati, che passano la mattina loro a "rumegare" quanto potrebbero prendere di più pensione, se quelli della "cassa" avessero computato bene, e senza tanta fiscalità, i periodi del loro imbarco.
E quella che dalla marina conduce alla Chiesa, dal "Bar Carolino" alla parrocchiale dedicata al divo Carolo , ed è ancora oggi la via del passeggio domenicale, dove i giovani carlofortini che lavorano ad Iglesias - Igresci, com'è pronunciato qui o che sono in periodo di sbarco e di licenza da bordo, fanno la loro prima comparsa, quando arrivano in patria. O quella che dalla marina porta lungo il porticciolo ai piccoli cantieri, dove, all'ombra di un brigantino portato a secco, e quasi sotto la statua di legno di una Madonna che serve da polena, c'è il "Nettuno Dancing…"
foto La sesta bellezza di Carloforte e la flottiglia delle sue barche a motore, che nella giornata domenicale dondolano nel porticciolo. Barche da pesca che arrivano anche in pieno inverno manovrate da grandi diavoli neri dai gabbiani ruscellanti di pioggia e d'acqua salsa, perché i carlofortini sono tra i più audaci pescatori del Mediterraneo; e rovesciano in tutte le stazioni, sul mercato del pesce, saraghi e triglie di tutti i calibri, e aragoste condannate a varcare il mare e a continuare la loro lente agonia nei ristoranti romani, e ceste di mesciua, di "mescolanza", che forniscono la materia prima ad innumerevoli zuppe di pesce sulle tavole cagliaritane. E barche da carico, addette al trasporto dei minerali dell'Iglesiente da PortoVesme sull'isoletta, per essere qui caricato per il continente.
Perché i carlofortini nel corso di due secoli, riuscirono a fare un "tour de force" che crediamo unico nella storia del traffico internazionale: quello di fare in modo che la più preziosa materia prima della Sardegna - il minerale - dall'isola maggiore, per essere caricato sui velieri e sulle "carrette", passasse nell'isola piccola, più provveduta di banchine, e soprattutto più provveduta di braccia valide ed esercitate alla bisogna del caricamento e dello stivaggio. Vero trionfo della virtù, che il trovatore provenzale, nel Trecento, esaltava come una delle quattro cose più belle che avesse il mondo: il valore del cavaliere francese, la cortesia del cortigiano castigliano, la bellezza della donna catalana, e "l'ovrar de genoes", la capacità di lavoro del genovese, dovunque lo balestri il destino.
foto La settima bellezza di Carloforte è la Madonna dello Schiavo che ha il suo piccolo oratorio nel cuore del borgo antico; la Madonna dello Schiavo il cui simulacro fu senza dubbio, in origine una polena di veliero; e che come tale finì in terra d'Africa e fu la venerata dai carlofortini nei "bagni" in attesa del riscatto, e vide là, così, tra quella povera gente, "quante l'esilio piange" - lagrime, e quante riaduna spemi"; e fu poi portata da loro a Carloforte, quando rimpatriarono, e collocata da loro sugli altari, come il simulacro di una Madonna miracolosa. E miracolosa, certo, la Madonna dello Schiavo, è, ancora oggi; perché essa, nel giorno della sua festa, che cade non sappiamo più in quale giorno di novembre, con quel suo viso scolpito da mani artigiane più che di artista, con quei suoi occhi tondi, con quelle sue mani senza finezza piamente congiunte, con quel suo modesto velo trapunto, dono chissà di quale moglie di padrone di tonnara o di nave, riesce a radunare ai suoi piedi tutta la popolazione di Carloforte, compresi molti spiriti spregiudicati che, durante il resto dell'anno, passano le loro giornate alla Casa del Popolo, o Casa d'Italia. Perché Carloforte ha un posto importante nella storia del movimento sindacale della Sardegna; e i suoi caricatori e i suoi battellieri furono primi, in Sardegna, agli ultimi dell'Ottocento, a far vedere ai sardi come si organizza uno sciopero, come lo si conduce, come lo si vince.
L'ottava bellezza di Carloforte e la campagna sua, cioè l'altopiano calcareo che è alle sue spalle, dove adagio adagio l'industria dei carlofortini è riuscita a sostituire il delirio degli olivastri e dei ginepri e dei corbezzoli crescenti tra masso e masso e attorcentesi ai colpi del vento del largo, la disciplina della vite e dell'ulivo , anzi addirittura, dove i massi di calcare danno un poco di respiro, il campicello di grano; e a costruire sino alla sommità , casette per passarvi i giorni d'estate e pergole per bervi il vino della piccola vigna; cosicchè oggi l'isoletta di San Pietro offre ai molti carlofortini la residenza cittadina e la residenza campagnola.
E i carlofortini si sono provveduti di una linea di autobus, che un paio di volte al giorno si partono dalla marina, per raggiungere la regione più alta dell'isola, prossima alla punta della Guardia dei Mori, dov'è il semaforo: in modo da dare agio ai "cittadini" di raggiungere la campagnette loro senza fiaccarsi le gambe ed essere più alacri al lavoro. Perché l'altopiano dell'isola la domenica mattina, offre una singolarità: quella di essere la campagna d'Italia dove c'è più gente al lavoro. Sono i carlofortini che si godono la festa zappando o sarchiando o potando sulla terra loro, per poi ridursi al centro la sera, in tempo per fare una partita di bocce, a modo ligure, vicini ai cantieri, o lungo le saline. Ed è là, sull'altopiano, che abbiamo visto scendere una donna dall'autobus tutta vestita di nero, con un gran mazzo di spighe in mano; e che udimmo spiegare da lei, in un genovese intransigente, ch'erano le spighe del grano del raccolto ultimo fatte benedire al santuario di Sant'Antonio che essa portava ora con sé per disperdere i chicchi sul campo, dove stava arando suo marito e i suoi figli. "E che mestiere fanno vostro marito e i vostri figli? I contadini?" "E ghe manchiè atru! Sùn naveganti. Questa da semina a lè na demua". Traducendo: E ci mancherebbe altro! Sono naviganti. E questo di seminare è un passatempo".
foto La nona bellezza di Carloforte è il suo cimitero, Che si trova nella regione solitaria delle saline, non lungi dal mare, e che è ampio, curato, ricco di tombe di una mole e di un impegno più forti di quanto sia in proporzione una semplice borgata; come se questi liguri trapiantati avessero inconsapevolmente avuto l'ambizione di farsi qui la loro piccola Staglieno. E questo cimitero allinea sulle epigrafi un campionario vastissimo di cognomi schiettamente genovesi: Repetto, Tassara, Luxoro, Borghero, Peloso, Vallebona, penco, Campodonico, Vassallo, Zolesi, Ferrando, Vigo, Damele, Ottonello Chiappe, Pellerano, Casanova, Remaggi, Scotto, Aste; gli stessi vigorosi nomi di origine plebea che ricorrono così frequentemente nella vita giornaliera genovese e ligure, e che sono stati conservati intatti, attraverso le due migrazioni da Genova a Tabarca, nel Seicento, da Tabarca a San Pietro nel settecento, e poi dopo. Uno solo di questi cognomi è stato corroso, per così dire, dalle lunghe avventure di chi lo portava; ed è stato il cognome a Genova comunissimo di Parodi, che qui è diventato Parodo, ed è stato scolpito spessissimo su queste tombe.
Rarissimi sulle tombe, invece, i nomi sardi; il che fa sentire una comunità etnica che sulla sua isola si è difesa energicamente contro le infiltrazioni provenienti dall'Isola Maggiore. E fra questi cognomi sardi, qualcuno non pratico sarebbe indotto ad includere il cognome di Segni che figura su più tombe; ma lo includerebbe a torto, perché Segni è per l'appunto un vecchio cognome carlofortino, e Segni si chiamava nientemeno che il cappellano che portò a Carloforte l'immagine della Madonna dello Schiavo.
La decima bellezza di Carloforte è l'orgoglio dei carlofortini di essere quello che sono cioè una colonia genovese che ha saputo conservarsi fedele alle sue origini etniche attraverso peripezie tremende. Ma più ancora al nome di Genova, essi amano ricollegarsi al nome dell'isola africana, dove i loro maggiori osarono trasmigrare dalla Riviera e mettere radici più di tre secoli fa; e si compiacciono di dire se stessi tabarchini e tabarchino il dialetto che parlano, come se Tabarca, e non Genova fosse il loro paese d'orine. E questa preferenza e forse giusta; perché è Tabarca la terra dove i loro vecchi temprarono al sole d'Africa la loro energia preservatrice, e appresero l'arte di difendersi da tutte le commistioni e contaminazioni.
E la tenacia dei carlofortini, anzi dei tabarchini nel tener fede alla loro natura, affiora prima di tutto nella intransigenza con cui stanno attaccati al loro dialetto, e con cui lo insegnano ai figlioli, e con cui lo parlano loro anche quando sono mischiati ad altri.
Come interviene ad Iglesias o a Cagliari.
Ma poi anche nella puntualità con cui mantengono gli usi antichi, nelle cose fondamentali della vita; nel modo di comportarsi, di lavorare, di abitare e di mangiare; chè Carloforte è terra di cucina genovese più di quanto sia ormai la stessa Genova, e dove non c'è che ordinare la minestra col pesto, per vedersela servita.
Il Mediterraneo presenta molti di questi fenomeni di piccole colonie etniche, rimaste aggravignate alle coste di qualche terra di approdo volontario o coatto; nella stessa Sardegna v'è Alghero, che è una colonia catalana, e in Corsica v'è Bonifacio, che è una colonia genovese, e Carghese che è una colonia greca. Ma nessuna di quante ne conosciamo, ha palesato l'energia conservatrice di Carloforte; in nessuna trionfa così la fedeltà degli Dei antichi; in nessuna si può vedere così netto lo spettacolo mirando e patetico delle generazioni che si susseguono, trasmettendosi sul lungo fregio del tempo il tesoro costante dei gusti, delle idee, dei costumi ereditati dai padri antichi.
Ed è questa bellezza spirituale, che incorona tutte le altre bellezze di Carloforte.

 

Giovanni Ansaldo, giornalista e scrittore genovese, pubblica nel dicembre del 1955, sull'inserto dedicato alla Sardegna dell'ILLUSTRAZIONE ITALIANA, l'articolo "Le dieci bellezze di Carloforte". A distanza di 50 anni le sensazioni e i contenuti delle splendide pagine dedicate a Carloforte ci sembrano ancora di grande attualità. Per questo motivo le proponiamo a quanti amano rileggere i grandi pezzi d'autore.

 

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